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Tamburello - storie e racconti

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1.- Il Gioco del Tamburello nella comunità di Gabiano

2.- Chiamatemi Cerot


Dalla presentazione di Mario Richetta: "Il gioco del tamburello è uno sport radicato nella storia della comunità di Gabiano sicuramente fin dal medioevo, che ha sempre coinvolto e coinvolge tutt’oggi i giocatori, i sostenitori e gli appassionati di questa bellissima disciplina sportiva.
Gli anziani mi hanno parlato e mi parlano delle loro partite, delle loro memorabili sfide, con una passione, una partecipazione, una nostalgia che mi hanno colpito.
Ho quindi pensato di raccogliere le fotografie che richiamano l’ambiente, i giocatori, gli spettatori di questa realtà del nostro paese per farne rivivere ricordi, emozioni e sentimenti.
Ho diviso il lavoro in quattro grandi parti:
il tamburello a Gabiano negli statuti;
il tamburello a Gabiano fino al 1965;
il tamburello a Gabiano dal 1965 al 1979;
il tamburello dal 1970 ad oggi per ogni decennio; l’alternanza tamburello-calcio a Gabiano; Il mio lavoro non ha alcuna pretesa storico-scientifica, e sicuramente è incompleto, ma è stato fatto perché mi ha consentito di formare una memoria visiva di un aspetto della comunità con coinvolgimento e piacere personale.
È stato un modo per sentirmi, almeno nel ricordo, ancora giovane e rivivere i giorni felicissimi di quando adolescente, seguivo le vicende della squadra del tamburello di Gabiano: come giocatore ero un terzino quasi nullo – parole amichevoli del grande Giulio Zanotto – mentre sono sempre stato molto divertito e soddisfatto nel partecipare ai momenti di organizzazione e di svolgimento dell’attività.
Chi sfoglierà questa raccolta potrà rivivere i suoi bei ricordi, così come lo è stato per me che ho provveduto con la collaborazione degli amici al recupero e alla sistemazione del materiale fotografico.
Il tamburello a Gabiano era tutto improntato sulla partecipazione collettiva: bisognava segnare il campo, trovare le maglie, le palline, le squadre dei paesi avversari, l’arbitro e il segnapunti. Tutti facevano qualcosa per arrivare alla partita.
Si giravano e si girano ancora oggi i bei paesi del nostro Monferrato e ci si sentiva immersi e partecipi della loro realtà locale diventandone parte attiva. Ricordo nel 1972 a Tonco, dopo una bella partita, ci offrirono pane e salame crudo e un barbera frizzantino di quello tenuto nell’infernot di cui mi pare di sentire ancora oggi il meraviglioso sapore e profumo.
La raccolta delle foto ha quindi anche l’intendimento di far capire che le cose belle, anche se semplici, ma vere e fatte insieme, sono le più coinvolgenti e le più appaganti.
Ringrazio il Sindaco dr Mario Tribocco e tutta l’amministrazione comunale, la Pro Loco con il Presidente Flavio Zacco, e gli amici, che mi hanno dato in prestito il materiale fotografico: Aldo Bruno, Gianni Grillo, Pier Carlo Gluttini, Giuseppe Gagliardone, Massimo Caligaris, Mauro Amerio, Claudio Bruno, Franco Sirotto, Mario Motta, Pietro e Flavio Lanfranco, Antonio Bragagnolo, Giovanni Monchietto, Angelo Vicario, Gino Ulla, Bossetto Paolo, don Luigi Calvo, Angelo e Alberto Uva, Felice Cressano, Ubaldo Lanfranco.
Dedico questo mio lavoro a tutti coloro che come dirigenti, giocatori, sostenitori e appassionati di questo sport, nei tempi e nei in modi i più diversi, hanno consentito il realizzarsi di significative esperienze sportive nella nostra comunità e tra questi il nostro Presidente Onoranze Renzo Odisio.
Né posso dimenticare coloro che negli anni 1965 – 1970 con  entusiasmo, tenacia e sacrifici, anche economici non indifferenti, hanno consentito a questo sport di rinascere, portando la squadra alla serie A del campo libero: il più coinvolto e sempre presente Luciano Galetto, Dante Martinello, Aldo Grillo, Francesco Caligaris, Pier Carlo Gluttini, Luciano Carro. Valter Cicolini, Aldo Bruno, Renzo Odisio, Gianfranco Grillo, Ernestino Pagliano, Nello Soliani.

Una dedica particolare va ai giovani di oggi, che iniziano a praticare questo bellissimo sport, perché sappiano portare avanti una tradizione secolare dalla nostra comunità e trarne divertimento e soddisfazione cosi come lo è stato per i loro predecessori".


SPORT, MUSICA E CONVIVIALITA’
Per amare il bello della vita

 

Aldo Cerot Marello è un personaggio dello sport, della musica, della convivialità. Come sportivo egli ha dominato al ungo nel tamburello che sta al Monferrato con la medesima dignità del vino Grignolino. Come musicista egli è il propulsore di una band che aggrega eccellenti suonatori che non disdegnano l’armonia senz’essere costretti a rinunciare alla verve d’ogni complesso nato nei tempi nostri e proiettato nel futuro: un complesso, cioè, bene educato in tutti i sensi, talvolta persino missionario per le prestazioni a sostegno di nobili cause. Come conviviale… E beh, come conviviale egli esprime esuberanza di chi ama il bello della vita e lo sa trovare, il bello, quand’anche sbocci un po’ di malinconia. Intendo dire che, se sei giù, lui ti tira su con la sensibilità che gli appartiene: la sensibilità di chi ha capito tutta ma, non dicendolo, induce l’interlocutore ad aprirsi in confidenza. A differenza di altri, non gigioneggia. Non ne ha bisogno. O se, per civetteria, si concede qualche teatralità, essa è tale da trasformare il palcoscenico in un tranquillo itinerario quotidiano. A differenza di altri, non pretende il ruolo protagonista, perché forse gli appartiene di più quello di antagonista. Sennò che giusto c’è senza un’oncia di vis polemica? Né pretende di amministrare il mazzo. Pensoso, smista bene le proprie carte e le sa far rendere. Diamine, alla prima calata si capisce subito la tempra, l’intelligenza del giocatore. Insomma nella vita è al pari di com’era e ancora è nei rettangoli di gioco agonistico dove con sempre maggiore frequenza il pallone elastico che fu il suo primo amore, lo riconduce all’alveo originario, accentuandogli plasticità e potenza atletica.
A differenza di altri, non s’insuperbisce né si stizzisce. Semmai abbozza e passa altre con la signorilità che non è costruzione, non lo può essere, derivando essa dai cromosomi e dall’intima sicurezza, dal rispetto si sé. Come altri (Dio buono se ti rivedo in lui, povero e caro amico mio Morino) si commuove per una gentilezza, per un riguardo. Da uomo di mondo, non dà affatto per scontati gentilezza e riguardo. Sa che, per ottenerli, bisogna meritarseli, quindi la valutazione del merito rivolta a se stesso, gli determina concretezza e lo allontana dalle astrattezze e pure dalle astrazioni. Se ti dice una cosa, qualunque cosa quella è.
Riflettevo su queste doti di Aldo Cerot Marello, leggendo le prime bozze di questo libro bello e meditato dove il campione sportivo emerge con la spontaneità d’un sano fungo che diventa fiore fra le foglie del bosco d’autunno, un fiore che non si nasconde affatto secondo il costume delle viole, ma per la cui individuazione ci vogliono occhi esperti. E dove gli aneddoti sono tanti, e non sono tutti: vissuti, ricordati, ricevuti dai più vecchi protagonisti degli sport contadini e sferistici. E dove, ancora, tanto poliedrica, intensa, volutamente stravagante si svolge l’esistenza degli artisti, dei campioni, di chi sfrutta di propri talenti naturali e gli aggiunge forti dosi di ottimismo nell’oggi e nei tempi che verranno.
Essere rudi, per chiunque pratichi il pallone elastico e il tamburello, è quasi necessità a causa della virilità di questi sport. Una rudezza non di rado tinta di mito, persino di qualche retorica.
Ma se, smessi gli attrezzi sportivi, afferri quelli dell’arte musicale e canora, grattato il ruvido vi scorgi la tenerezza, alte ispirazioni, ben sostenuti ideali. E vi trovi il culto per l’amicizia che dalle nostre parti ancora officianti convinti. Dalle nostre parti per dire in qualunque parte del mondo si vada alla ricerca del meglio o, più realisticamente, del bene.

Franco Piccinelli

Roma, 17 ottobre 1999

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 26 Settembre 2012 18:42