collinedelmonferrato

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E dopo le case, i casot...

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Mirabile sintesi di essenzialità stanno ormai

scomparendo dalle nostre

campagne

 

Ormai nessuno ci fa più caso, la maggior parte sono ormai scomparsi diroccati o coperti dai rampicanti, eppure ogni appezzamento di terra, un tempo ne aveva uno suo: piccolo, ubicato su un fazzolettino di terra in modo che non potesse dar fastidio alle coltivazioni e vicino a lui il pozzo e il truogolo, o treu , come diciamo noi. Utile al contadino per metterci gli attrezzi o ripararsi in caso di pioggia o nella pausa pranzo quando si mangiava un po’ di pane con la frutta. Ma utile anche per passarci le notti estive e autunnali di plenilunio quando i raccolti di frutta e uva erano maturi, ma ancora sulle piante e qualche compaesano, furbacchione, che andava a piedi al mercato a vendere la frutta passando pei i campi, partiva da casa con la cavagna vuota che provvedeva a riempire cammin facendo. Talvolta erano persino improvvisate alcove dove con l’amata: moglie o amante poco importa, si passava qualche ora o qualche minuto, perché “iè semp da travaià”.

E poteva persino capitare che diventasse una buona postazione per tendere un agguato a qualche leprotto o fagiano distratto che non si accorgeva della presenza del padrone fra quelle mura.Non li costruivano imprese e geometri che certamente non andavano in mezzo ai bric lungo sentieri che spesso si potevano percorrere solo a piedi, non avevano nessuna concessione, autorizzazione o altra diavoleria che la burocrazia poi si è inventata: oggi sarebbero tutte costruzioni abusive. Spesso venivano costruiti direttamente dagli interessati portandosi da casa quel minimo di materiale necessario come i coppi per il tetto, i cantun magari erano quelli segati dai blocchi di arenaria estratti per fare il pozzo, ed il legno per il tetto veniva da qualche pianta segata nel bosco lì vicino.

 

 








Opere semplicissime veri e propri monumenti dell’essenziale: pochi metri quadri: 9 - 16 al massimo,
spesso solo con una porta, ma per chi voleva farsi notare, anche finestre e perfino un camino. Una stanza, un tetto a doppia falda, magari con la grondaia che scarica nel pozzo, perché l’acqua in Monferrato era preziosa “più del vino”; niente intonaci, spesso nemmeno serrature alle porte che di solito erano rivolte a sud per far entrare la luce, ma con davanti un pergolato di vite o qualche albero di frutta a ridosso per far ombra d’estate e fornire un po’ di frutta da mangiare.

Ne restano pochi per lo più sperduti fra i campi abbandonati eppure testimoni di tanta vita e tante vite, ultime prove, in via di estinzione anche loro, di una cultura scomparsa, superata dalla tecnologia, dalle comodità, che ha perso per sempre il rapporto diretto, quasi materno, fra la vita e la terra.

 

 

 

 

 

 


Se ci pensate bene quei casot con il pozzo trasformavano quelle giornate di terra coltivata, di vigna, in una unità autonoma, autosufficiente, indipendente dal resto del mondo; lì c’era tutto per l’uomo, da mangiare, da bere, da dormire e lavorare, spesso persino l’immagine del Santo protettore dalla losna e dal tron, tutto ridotto all’essenziale: era la cellula vivente del territorio, una delle tante di cui deve esser composto un organismo vivente.

Era l’antitesi del nostro mondo globalizzato dove per vivere ci serve il petrolio arabo, i minerali africani, la manodopera cinese, gli investimenti americani. Rappresentano ciò che resta di un mondo fatto dalle persone per le persone diverso da quello di oggi: un mondo fatto dalle multinazionali, per la finanza, in cui le persone sono accessori sostituibili e, temiamo, destinati a diventare inutili o come si dice oggi obsoleti, lo stesso destino che è capitato a loro, vecchi e cari casot… E se non sapete dove passare qualche domenica nella bella stagione provate a fare una bella grigliata in compagnia al casot… farà piacere oltre che a voi anche allo spirito di vecchio contadino che lì dentro e in quel che resta dei campi attorno ha trascorso un bel pezzo della sua vita. Chissà che non ci porti consiglio.