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Architettura monferrina

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Cominciamo con i portoni, ma vedremo finestre, balconi, tetti, comignoli, case...


Vogliamo partire da ciò che abbiamo scritto nelle edizioni passate di Nost Munfrà e sintetizzato in quello che era il nostro Programma Elettorale La cultura comune: tradizioni, storia, economia, ambiente, collettività sono sempre state tipiche espressioni del territorio. Proprio per meglio relazionarsi con esso ogni civiltà ha sviluppato le proprie conoscenze, il proprio saper fare, il proprio genuis loci caratteristico e diverso da luogo a luogo.

Ogni territorio con caratteristiche geologiche, climatiche, ambientali, topografiche simili, ha quindi inevitabilmente tratti culturali comuni, che si riflettono nella storia, nella vicende, nella tradizioni, abitudini, consuetudini, lingua, conoscenze, credenze, gusti. Così si sono formati nei secoli nuclei di comunità con tratti comuni: il Monferrato ed i Monferrini sono una di queste, una delle tante comunità d’Italia e del mondo, tutte fra loro distinte e tutte con pari dignità, tutte unite da un filo comune: la loro peculiarità.

 

 

 

 

 

 

 

Da qui partiamo per indagare sui diversi aspetti delle nostre specificità, lo faremo attraverso più articoli nei quali affronteremo ogni volta un aspetto tipico per ciascuna delle numerose componenti che costituiscono quell’insieme complesso che chiamiamo territorio. La prima di queste componenti che affronteremo su queste pagine è l’architettura, in particolare i portoni ed i cancelli carrai tipici delle nostre colline.

Ne esistono di infinite fogge ma molti di essi hanno tratti comuni: le dimensioni ad esempio, con rapporti fra altezza e larghezza pressoché costanti. E’ dovuto alle caratteristiche architettoniche dell’edificio, solitamente a due piani (quindi attorno ai 3 metri per piano), con sempre simili spessori dei muri e dei solai.

 

 

 

 

 

 

 

 

Utilizzando infatti archi ribassati in mattoni (le cosiddette volte a pavaglione) o, successivamente, le volterrane costituite da putrelle (profilati a doppio T) d’acciaio che reggono archetti di mattoni, le luci dei portici d’accesso ai cortili interni sui quali venivano inseriti i portoni erano limitate. Né si sentiva l’esigenza di luci maggiori visto che attraverso esse il maggiore volume che doveva transitare era costituito dal fieno leggero e per questo voluminoso, trasportato su carri trainati da buoi e, solo successivamente, le macchine per “battere” il grano Le luci quindi risultavano pressoché quadrate con altezza la colmo dell’arco ribassato pari o poco inferiori alla larghezza.

Trattandosi di chiusure su portici coperti il materiale tipico prevalente e più economico era il legno. Il ferroveniva utilizzato per gli accessi lungo muri perimetrali delle aree di pertinenza recintate quindi non coperti ed esposti alle intemperie. Volendo utilizzare anche in questi casi il legno talvolta si realizzava un apposito tetto o arco a protezione del portone. La struttura era a due ante accompagnate da un portoncino indipendente, per l’accesso pedonale, di solito ricavato su un battente; più raramente su due: più costosi e che indeboliva la struttura del portone stesso richiedendo quindi più manutenzione con relativi costi.








I portoni più comuni e poveri sono realizzati in assi verticali con traverse inchiodate con teste a vista senza trattamenti particolari del legno. Sono i più rari a trovarsi in quanto essendo più soggetti al degrado del tempo sono stati sostituiti da altri manufatti più moderni. Comunque si possono vedere ancora varianti con profili sagomati e ferramenta più curata, magari recante iniziali, date o nomi talvolta anche colorati.

Erano indice di una maggior disponibilità economica. Infatti la ricchezza di materiali e la ricercatezza delle fogge, anche nei dettagli costruttivi, costituivano una chiara indicazione per i compaesani dello status nella gerarchia sociale in cui la famiglia si voleva collocare. Un’altra caratteristica costruttiva comune a quasi tutti i portoni carrai era una spessa e alta zoccolatura a protezione delle intemperie e dell’umidità oltre che degli inevitabili urti cui il portone era soggetto a livello della strada.


 

 

 

 

 

 

Il materiale è solitamente il legno locale e anche qui i legni meno pregiati sono andati persi. I cancelli in ferro tradizionali sono realizzati in ferro battuto con parti chiodate. La saldatura “in cantiere” ossia non in officina è stata possibile solo con l’avvento della saldatura ossiacetilenica (1901). Prima di allora il fabbro poteva “saldare” parti in ferro solo mediante riscaldamento al calor giallo-bianco in forgia e successiva battitura. Cancelli, ringhiere, e manufatti complessi in ferro prima di quell’epoca potevano essere o chiodati o più raramente “legati” con “fazzoletti” di ferro scaldato e battuto in loco.

Il cancello più semplice era realizzato con semplici ritti verticali con barre orizzontali talvolta corredati nella parte inferiore da lamiere. I più elaborati possono diventare vere e proprie opere d’arte che rappresentano lo stile dell’epoca solitamente il Liberty (chiamato anche Art Nuveau o stile floreale) diffuso a cavallo fra ‘800 e ‘900.


 

 

 

 

 

 

 


A questo punto non ci resta che guardarci qualche foto esplicativa di quanto abbiamo raccontato e d’ora in poi quando vi capita di frequentare qualcuno dei nostri antichi borghi, osservate i portoni (ma non solo) vi racconteranno la loro storia più o meno lunga, naturalmente se sapete “ascoltarli” con i vostri sensi: gli occhi, le orecchie: gli scricchiolii ed il rumore che fanno quando li aprite, il tatto ed anche, qualche volta, l’odore che emanano.

Quanto al gusto non occorre che li assaggiate di persona, spesso lo hanno già fatto altri per voi: tarme o roditori. Ma soprattutto se nella vostra vecchia casa ce n’è uno mal ridotto, prima di disfarvene come spazzatura, se potete, restauratelo altrimenti cercate di darlo a qualche estimatore del genere, salverete un frammento della nostra storia.